Fili

31 luglio 2018 § Lascia un commento

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Siamo fragili e vulnerabili. Come Dio, che «è intessuto di relazioni: ama, e chiunque ama è consapevole che l’amore non è mai ferma certezza, solida costruzione di rapporti dati una volta per tutte. Chi ama conosce bene gli abissi, l’instabilità, il rischio della perdita, e l’estasi del cielo. Ami e dipendi dall’altro, come un acrobata sul filo perennemente a rischio di caduta nel vuoto. Se i suoi occhi si posano su di te, puoi sperimentare il paradiso; ma se il suo sguardo ti attraversa senza vederti, ecco che precipiti nell’abisso e il tuo universo finisce in frammenti» (B. Salvarani, Teologia per tempi incerti, Laterza, Bari-Roma 2018, p. 84). Camminare su quel filo è la fatica e l’impegno esaltante di realizzare se stessi. Ma mai una volta per tutte, sempre in modo nuovo, inatteso, creativo. Perché «l’equilibrio sta nel movimento» scriveva il surfista premio Nobel per la chimica Kary Mullis (Ballando nudi nel campo della mente, tr. it. Baldini & Castoldi, Milano 1998).

[Nella foto, il funambolo Philippe Petit attraversa le Twin Towers di New York nel 1974. Da non perdere il suo Trattato di funambolismo, tr. it. Ponte alle Grazie, Firenze 1999]

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Il naufragio delle parole

2 luglio 2018 § Lascia un commento

Il contrario della parola non è il silenzio. Perché ci sono silenzi gravidi di senso. Ci sono parole che tradiscono il valore relazionale della parola. Parole che svuotano la parola della sua capacità costruttiva e della sua vocazione positiva, quella di porre qualcosa di creativo, di nuovo. La menzogna, la maldicenza e l’insulto sembrano parole, ma in realtà non lo sono, proprio perché svuotate della loro capacità creativa, della loro verità generativa. «Nella chiacchiera, nel mimetismo e nella demagogia le parole sono pronunziate inutilmente, poiché nel chiacchierone, nel commediante e nel demagogo tutto si svolge “come se non avessero parlato“» (A. Neher, L’exil de la parole, Paris 1970)

La radice che ti porta

17 gennaio 2017 § Lascia un commento

vincent-van-gogh-olive-grove-2«Non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te» (Rm 11,18)

«I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29)

Nel 1947 viene pubblicato Jésus et Israël di Jules Isaac, e sempre nel 1947 la conferenza di Seelisberg conclude il lavoro con la dichiarazione nota come Dieci punti di Seelisberg:

  1. Ricordare che è lo stesso Dio vivente che parla a tutti noi nell’Antico come nel Nuovo Testamento.
  2. Ricordare che Gesù è nato da una madre ebrea, della stirpe di Davide e del popolo d’Israele, e che il suo amore ed il suo perdono abbracciano il suo popolo ed il mondo intero.
  3. Ricordare che i primi discepoli, gli apostoli, ed i primi martiri, erano ebrei.
  4. Ricordare che il precetto fondamentale del cristianesimo, quello dell’amore di Dio e del prossimo, promulgato già nell’Antico Testamento e confermato da Gesù, obbliga cristiani ed ebrei in ogni relazione umana senza eccezione alcuna.
  5. Evitare di sminuire l’ebraismo biblico nell’intento di esaltare il cristianesimo.
  6. Evitare di usare il termine «giudei» nel senso esclusivo di «nemici di Gesù» o la locuzione «nemici di Gesù» per designare il popolo ebraico nel suo insieme.
  7. Evitare di presentare la passione in modo che l’odiosità per la morte inflitta a Gesù ricada su tutti gli ebrei o solo sugli ebrei. In effetti non sono tutti gli ebrei che chiesero la morte di Gesù. Né sono solo gli ebrei che ne sono responsabili, perché la croce, che ci salva tutti, rivela che Cristo è morto a causa dei peccati di tutti noi.
    Ricordare a tutti i genitori e educatori cristiani la grave responsabilità in cui essi incorrono nel presentare il vangelo e sopratutto il racconto della passione in un modo semplicista. In effetti, essi rischiano in questo modo di ispirare, lo vogliano o no, avversione nella coscienza o nel subcosciente dei loro bambini o uditori. Psicologicamente parlando, negli animi semplici, mossi da un ardente amore e da una viva compassione per il Salvatore crocifisso, l’orrore che si prova in modo così naturale verso i persecutori di Gesù, si cambierà facilmente in odio generalizzato per gli ebrei di tutti i tempi, compresi quelli di oggi.
  8. Evitare di riferire le maledizioni della Scrittura ed il grido della folla eccitata: «che il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli», senza ricordare che quel grido non potrebbe prevalere sulla preghiera infinitamente più potente di Gesù: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.»
  9. Evitare di dare credito all’empia opinione che il popolo ebraico è riprovato, maledetto, riservato a un destino di sofferenza.
  10. Evitare di parlare degli ebrei come se essi non fossero stati i primi ad appartenere alla chiesa.

La prima è l’Alef

22 settembre 2016 § Lascia un commento

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Ya’aqov ben Ya’aqov ha-Koen, Sefer ha-orah, Milano, Biblioteca ambrosiana, ms S 13 sup., c. 79r

La prima lettera dell’alfabeto ebraico, la lettera Alef, ha molti significati. Tra questi, uno si ispira alla sua particolare forma. La Alef infatti sembra essere composta da tre lettere: due yod, una nella parte superiore e l’altra in quella inferiore, separate da una waw trasversale. La tradizione ha dato molti significati a questa combinazione di lettere. La più conosciuta e la più popolare considera il valore numerico di queste tre lettere, la cui somma è 26 (10 yod + 10 yod + 6 waw), come il Tetragramma. Così, il Nome divino si trova come concentrato in una sola lettera, la prima.

D’altra parte si può dire, per continuare il percorso, che la Alef rappresenta la totalità del mondo. Nel primo racconto della creazione si dice che «Dio fece il firmamento del cielo e separò le acque che sono sopra il firmamento dalle acque che sono sotto il firmamento» (cf. Gen 1,7), disegnando così la forma della Alef costituta dalla yod superiore, che rappresenta il “mondo di sopra”, la yod inferiore, che rappresenta il “mondo di sotto”, e la waw, che li separa, come la Raqi’a, il firmamento.

I trentadue sentieri

10 settembre 2016 § 1 Commento

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Yosef ben Šalom Aškenazi, Peruš Sefer yeṣirah, Cambridge, Trinity College, ms F.12.143,c.8r

בשלשים ושתים נתיבות פליאות חכמה חקק יה יהוה צבאות אלהי ישראל אלהים חיים אל שדי רם ונשא שוכן עד וקדוש שמו ברא את עולמו בשלשה ספרים בספר וספר וספור

Trentadue meravigliosi sentieri di sapienza tracciò Dio, Signore delle schiere, Dio di Israele, Dio vivente, Dio onnipotente, il sommo e l’eccelso colui il cui nome è santo (Is 57,15). Creò il suo mondo con tre registri: con la scrittura, il computo e il discorso. (Sefer yeṣirah, 1)

Lungo il bordo interno della circonferenza sono segnate trentadue tacche (in questo manoscritto, il copista ha tracciato per errore trentaquattro tratti invece di trentadue), mentre altre dieci sono tracciate in corrispondenza del diametro, dove compare la scritta alakson ‘eśer middot, «diametro di dieci attributi». Il disegno allude agli «attributi» – ovvero le sefirot e i «sentieri di sapienza» – ricordati nel Sefer yeṣirah. Il numero trentadue si riferisce in realtà alla somma degli strumenti che Dio ha impiegato per la creazione del mondo, e cioè le dieci sefirot e le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico. (G. Busi, Qabbala visiva, Einaudi, Torino 2005, p. 183)

Il fabbricante di specchi

23 ottobre 2015 § 2 commenti

  
Timoteo, suo padre, e tutti i suoi ascendenti fino ai tempi più remoti, avevano sempre fabbricato specchi. In una madia della loro casa si conservavano ancora specchi di rame verdi per l’ossido, e specchi d’argento anneriti da secoli di emanazioni umane; altri di cristallo, incorniciati in avorio o in legni pregiati. Morto suo padre, Timoteo si sentì sciolto dal vincolo della tradizione; continuò a foggiare specchi fatti a regola d’arte, che del resto vendeva con profitto in tutta la regione, ma riprese a meditare su un suo vecchio disegno.
Fin da ragazzo, di nascosto dal padre e dal nonno, aveva trasgredito le regole della corporazione. Di giorno, nelle ore d’officina, da apprendista disciplinato faceva i soliti noiosi specchi piani, trasparenti, incolori, quelli che, come suol dirsi, rendono l’immagine veridica (ma virtuale) del mondo, e in specie quella dei vizi umani. A sera, quando Nessuno lo sorvegliava, confezionava specchi diversi. Che cosa fa uno specchio? “Riflette”, come una mente umana; ma gli specchi usuali obbediscono a una legge fisica semplice e inesorabile; riflettono come una mente rigida, ossessa, che pretende di accogliere in sé la realtà del mondo: come se ce ne fosse una sola! Gli specchi segreti di Timoteo erano più versatili. Ce n’erano di vetro colorato, striato, lattescente: riflettevano un mondo più rosso o più verde di quello vero, o variopinto, o con contorni delicatamente sfumati, in modo che gli oggetti o le persone sembravano agglomerarsi fra loro come nuvole.

Ce n’erano di multipli, fatti di lamine o schegge ingegnosamente angolate: questi frantumavano l’immagine, la riducevano a un mosaico grazioso ma indecifrabile. Un congegno, che a Timoteo era costato settimane di lavoro, invertiva riva l’alto col basso e la destra con la sinistra; chi vi guardava dentro la prima volta provava una vertigine intensa, ma se insisteva per qualche ora finiva con l’abituarsi al mondo capovolto, e poi provava nausea davanti al mondo improvvisamente raddrizzato. Un altro specchio era fatto di tre ante, e chi ci si guardava vedeva il suo viso moltiplicato per tre: Timoteo lo regalò al parroco perché nell’ora di catechismo, facesse intendere ai bambini il mistero della Trinità.

C’erano specchi che ingrandivano, come scioccamente si dice facciano gli occhi dei buoi, e altri che impicciolivano, o facevano apparire le cose infinitamente lontane; in alcuni ti vedevi allampanato, in altri pingue e basso come un Budda. Per farne dono ad Agata, Timoteo ricavò uno specchio da armadio da una lastra di vetro leggermente ondulata, ma ottenne un risultato che non aveva previsto. Se il soggetto si guardava senza muoversi, l’immagine mostrava solo lievi deformazioni; se invece si spostava su e in giù, flettendo un poco le ginocchia o alzandosi in punta di piedi, pancia e petto rifluivano impetuosamente verso l’alto o verso il basso. Agata si vide trasformata ora in una donna-cicogna, con spalle, seno e ventre compressi in un fagotto librato su due lunghissime gambe stecchite; e subito dopo, in un mostro dal collo filiforme a cui era appeso tutto il resto, un ammasso di ernie spiaccicato e tozzo come creta da vasaio che ceda sotto il proprio peso. La storia finì male. Agata ruppe Io specchio e il fidanzamento, e Timoteo si addolorò ma non tanto.

Aveva in mente un progetto più ambizioso. Provò in gran segreto vari tipi di vetro e di argentatura, sottopose i sui specchi a campi elettrici, li irradiò con lampade che aveva fatto venire da paesi lontani, finché gli parve di essere vicino al suo scopo, che era quello di ottenere specchi metafisici. Uno Spemet, cioè uno specchio metafisico, non obbedisce alle leggi dell’ottica, ma riproduce la tua immagine quale essa viene vista da chi ti sta di fronte: l’idea era vecchia, l’aveva già pensata Esopo e chissà quanti altri prima e dopo di lui, ma Timoteo era stato il primo a realizzarla.

Gli Spemet di Timoteo erano grandi quanto un biglietto da visita, flessibili e adesivi: infatti erano destinati a essere applicati sulla fronte. Timoteo collaudò il primo esemplare applicandolo al muro, e non ci vide nulla di speciale: la sua solita immagine, di trentenne stempiato, dall’aria arguta, trasognata e un po’ sciatta: ma già, un muro non ti vede, non alberga immagini di te. Preparò una ventina di campioni, e gli parve giusto offrire il primo ad Agata, con cui aveva conservato un rapporto tempestoso, per farsi perdonare la faccenda dello specchio ondulato.

Agata Io ricevette freddamente; ascoltò le spiegazioni e con distrazione ostentata, ma quando Timoteo le propose di applicarsi Io Spemet sulla fronte, non si fece pregare: avere capito fin troppo bene, pensò Timoteo. Infatti, l’immagine sé che egli vide, come su un piccolo teleschermo, era poco lusinghiera. Non era stempiato ma calvo, aveva le labbra socchiuse in un sogghigno melenso da cui trasparivano i denti guasti (eh sì, era un pezzo che rimandava le cure proposte dal dentista), la sua espressione non era trasognata ma ebete, e il suo sguardo era molto strano. Strano perché? Non tardò a capirlo: in uno specchio normale, gli occhi ti guardano sempre, in quello, invece, guardavano sbiechi verso la sua sinistra. Si avvicinò e si spostò un poco: gli occhi scattarono sfuggendo sulla destra. Timoteo lasciò Agata con sentimenti contrastanti: l’esperimento era andato bene, ma se Davvero Agata Io vedeva cosi, la rottura non poteva che essere definitiva.

Offrì il secondo Spemet a sua madre, che non chiese spiegazioni. Si vide sedicenne, biondo, roseo, etereo e angelico, coi capelli ben ravviati e il nodo della cravatta all’altezza giusta: come un ricordino dei morti, pensò fra sé. Nulla a che vedere con le fotografie scolastiche ritrovate pochi anni prima in un cassetto, che mostravano un ragazzetto vispo ma intercambiabile con la maggior parte dei suoi condiscepoli.

Il terzo Spemet spettava a Emma, non c’era dubbio. Timoteo era scivolato da Agata a Emma senza scosse brusche. Emma ere minuta, pigra, mite e furba. Sotto le coperte, aveva insegnato a Timoteo alcune arti a cui lui da solo non avrebbe mai pensato. Ere meno intelligente di Agata, ma non ne possedeva le durezze pietrose: Agata-agata, Timoteo non ci aveva mai fatto caso prima, i nomi sono pure qualcosa. Emma non capiva nulla del lavoro di Timoteo, ma bussava spesso al suo laboratorio, e Io stava a guardare per ore con occhio incantato. Sulla fronte liscia di Emma, Timoteo vide un Timoteo meraviglioso. Era a mezzo busto e a torso nudo: aveva il torace armonioso che lui aveva sempre sofferto di non avere, un viso apollineo dalla chioma folta intorno a cui si intravedeva una ghirlanda di lauro, uno sguardo a un tempo sereno, gaio e grifagno. In quel momento, Timoteo si accorse di amare Emma di un amore intenso, dolce e duraturo.

Distribuì vari Spemet ai suoi amici più cari. Notò che non due immagini coincidevano fra loro: insomma, un vero Timoteo non esisteva. Notò ancora che lo Spemet possedeva una virtù spiccata: rinsaldava le amicizie antiche e serie, scioglieva rapidamente le amicizie d’abitudine o di convenzione. Tuttavia ogni tentativo di sfruttamento commerciale fallì: tutti i rappresentanti furono concordi nel riferire che i clienti soddisfatti della propria immagine riflessa dalla fronte di amici o parenti erano troppo pochi. Le vendite sarebbero state comunque scarsissime, anche se il prezzo si fosse dimezzato. Timoteo brevettò lo Spemet e si dissanguò per alcuni anni nello sforzo di mantener vivo il brevetto, tentò invano di venderlo, poi si rassegnò, e continuò a fabbricare specchi piani, del resto di qualità eccellente, fino all’età della pensione.
1 novembre 1985

Primo Levi

Il contrario del comico

4 ottobre 2015 § Lascia un commento

  

Il contrario del comico non è il tragico ma l’indifferenza.

Linguaggio ironico e ricerca filosofica hanno dei nemici in comune, e soprattutto in questo tempo un nemico comune. Il pensiero videocentrico, riduzionista, tecnopatico, economico-totalitario. Tutti pensieri che arretrano davanti alla complessità e alla contraddizione, pensieri della miseria e non della varietà, della ripetizione e non della scoperta, della cancellazione della storia e della memoria culturale e non pensieri della profondità. Pensieri che portano all’analfabetismo emotivo, alla non differenza tra le emozioni. E tra tutti i pensieri riduzionisti il più di merda — per usare un termine che è più di Rabelais che di Kant — ecco il pensiero videocentrico. Vale a dire la soluzione finale del pensiero.

[…]

Mi viene in mente un episodio. C’è un aggettivo fetente che distingue il pensiero videocentrico ed è «carino». Carino vuole dire consumabile, che si può capire, che non comporta l’obbligo di confrontare o approfondire. La cosa peggiore che si possa dire di un libro o di un film è carino. Non lo sottopongo né a critica né lo iscrivo nella traccia delle cose da ricordare: «carino».

Recentemente ho sentito una signora dire: «Ho letto Schopenhauer perché ne avevano parlato in televisione. È carino». Ho immaginato Schopenhauer svellere la lapide e darla sulla testa della signora. «Carino» voleva dire che non era andata oltre pagina due o che si vergognava a dire che non aveva capito nulla. È meglio dire che un libro è orrendo, malscritto, velleitario, piuttosto che carino. Carini sono certi comici, niente di male, ma a me piacciono i comici indescrivibili — Totò non era carino, era brutto e bellissimo insieme.

La filosofia perde in complessità e diventa una specie di guida quotidiana alle azioni, di maieutica del buonsenso, un sofismo da sala da tè, ma nega il suo aleph. […] E non sempre la filosofia dà soluzioni, ma dà dubbi, precipizi, baratri, contraddizioni, il suo mondo è quello sconfinato della complessità fertile, del labirinto in cui non si ha paura di perdersi.

Stefano Benni, Filosofia e comicità, in MicroMega 5/2001

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